Tre prose

Da Quaderno secondo (Gli orfani)

I.

Le prime chatroom del Novantanove, ricordi?
Quando sperimentammo la verità di esistere come puro pensiero. La scuola persisteva. Ritornavamo all’interfaccia spaziotemporale come da un viaggio segreto nelle regioni della simultaneità. Tutti erano pazzi e parlavano indossando antiche maschere di pixel e rovi. Quando tutti fingono, quando tutti sono sinceri. Ma è finito anche quel tempo.
L’epoca impone riconoscibilità e socievolezza. Nessuna tragica confessione, nessuna ricerca del carnefice ululando tra gli alberi infiammati, velo dopo velo: APERICENA E REALTÀ. Il presente ha vinto. Il commissario tecnico dell’infelicità.
Questa città barocca non mi convince. A Roma avevo trovato una liturgia più chiara. Dalla casa al supermercato; o alla palestra. Ascoltando Eminem in MP3. Via Pisana, Bravetta e infine Corviale, Corviale, muto enigma, Gautama, enorme OM di moto costeggianti il serpentone.
Oggi turisti sgambettanti festeggiano la grande Restaurazione. Un’allegria si espande tra i coriandoli esplosi da un vetusto marchingegno di scena. Ragazze scintillanti mi chiedono: “E tu, ti senti SPECIAL?”. Ma è tutto già accaduto.
La banda allegrotta suona musica popolare.
Solo si erge nella sua onestà un McDonald, a consolarmi da tanto ottimismo. Mi avvicino a leggere il menù ed è quello di sempre. Ragazzi privi di aspettative mordono timidamente panini. Hanno sorrisi più miti. Dunque parlano ancora di zii o di quel viaggio a Costanza del duemilatre? Oh, cari…
Tifo declino come preludio al grande avvento degli spiriti del Sud. Gli alberi ondeggiano a uno stesso vento inoltrandosi messaggi di alleanza. I lunghi boschi attendono il passaggio ed io sono con loro.
Nel fiume di gente mi sciolgo e il mio corpo è una voce che dice: Euridice.

Da Quaderno primo (Gli orfani)

VI.

Un odore di niente, quando la mente volge come un fiore ai ricordi più dolci di un passato mai esistito. Riccioli neri disegnati dal Botticelli Lei sorrise e disse: “Magari…”. Perché sfiorava il bordo scheggiato del tavolino? Che direzione indicava quel movimento? Una parete in ombra… Una porta infine? Lui aveva molto amato la Winterreise di Schubert: “Come uno straniero sono giunto, come uno straniero me ne andrò…”. In auto ascoltava il Requiem di Mozart, vecchio hip hop e musica da discoteca. Stazioni tecno-dance senza la benché minima pretesa autoriale. Le disse del crocefisso di Donatello. Il Brunelleschi lo aveva trovato squallido. Lei non trovò attinente il paragone. Aveva cercato un lavoro. Aveva trovato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva trovato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Aveva cercato un lavoro. Non c’era pietà. Non c’era pietà e glielo disse, che non c’era pietà. Non c’era posto per nessuno di loro a ’sto mondo. Dana si alzò a chiedere un altro giro. Lui la guardò voltarsi e immaginò di prenderla a notte in cupi amplessi di puro degrado. Poi continuò a guardare i tubi in lattice delle insegne luminose, i led fluorescenti blu e rosa. Ma lo stupiva soprattutto il verde, il raggio smeraldino delle sue favole perdute.
Dopo l’ennesima vita la vita è finita. Aveva recitato tutte le commedie. Come un eterno ospite per cui fuggire non ha meta, lungo un percorso senza inizio e che non smette di svolgersi.
Cambiare lingua, cambiare linguaggio. Ciò che è entrato nella realtà come poesia non potrà più essere dato. Ogni mistero è irripetibile. Basta piagnistei, l’apprendistato è finito, uscire! uscire! Basta elegie! Io non sono una sorella né l’amica di un’adolescenza infinita, io sono la visione. C’hai messo così tanto per riconoscermi. Non esistendo puoi vedermi, come un altro te più vivo e vegeto nella seconda vita. Uscire! Uscire!”.
Lui le rispose quasi appuntando nella memoria del cellulare: “Non perdonatemi malvagio dio, mio padre è un uomo, mia madre una pianta. Per inseguire una passione sterile sono giunto ai cancelli dell’aurora. Ma essi non si aprono e indietro non si può tornare.”.

I.

Non avevo mai visto questo muro prima d’ora. Pare un ritorno dall’esilio dopo quindici anni, un rientro in nave. Scendo dal pontile tremante come il gioco dei pirati al parco (ti ricordi quando rimasi bloccato nel tubo, impigliato alle giunture dello scivolo ombelicale, giallo plexiglass trafitto dal sole come palpebre chiuse?) mia cugina mi aspetta. Quindici anni non passano invano ma noi non siamo cambiati. Giusto più traumatizzati, disabitati come questi palazzi di serrande abbassate e vendesi dove prima tintinnavano le porte a vetro dei piccoli empori. Gli intellettuali parlano di paradigmi del virtuale ma la gente è tutta in strada a cercare un lavoro e non ha tempo di ascoltare storie. Dieci ore al giorno battendo tutte le linee della metropolitana sottolineando annunci rifiutandosi a provvigioni a stage non pagati chiudo la chat abbasso il monitor senza arrestare il sistema mi tuffo nel sole malgrado il traffico c’è un cane che abbaia un cinguettio di passeri e usignoli apro la tenda ma non basta, spalanco la finestra ma non basta esco di casa e neanche questo basta i palazzi coprono la vista che mi spetta dovrei alzarmi in piedi erigermi sul più elevato dei tetti sfuggendo alle sfuriate domestiche ai guai condominiali consegnarmi al più assoluto silenzio al più assolato “shhh” chiudere gli occhi e vestire i rumori con la vita che avrei voluto avere in sorte una sega elettrica stanno per abbattere l’abete più anziano del bosco lo misurammo in cinque fratelli dandoci la mano e non riuscimmo a cingerlo come un anello umano a casa riportammo un ciuffetto di viole la nonna le immerse in un bicchiere d’acqua.

Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato. Fuori i da poco nati giocavano a mondi che non ho riconosciuto, nel tempio il parroco comunicava frasi che non riuscii a comprendere ma una pace lucente mi ha dissolto l’anima. Sono tornato sui miei passi e ho incontrato il muro, questo muro che non avevo mai visto prima d’ora. Su di esso il cielo si estende orizzontalmente come una cagna piovosa mentre una tag ne scandisce il tempo. Ho imparato a riconoscere il passare degli anni dallo stato delle vernici spray sulle pareti di cemento, quando una scritta raggrinzisce sono passati cinque anni, quando le rughe iniziano a scrostarla si avvicina ai dieci.
In quindici anni i miei graffiti sono scomparsi da ogni parete della città. Su un muro in mattoncini rossi friabili, un divisorio ad archi del campetto delle Tofare che separa il campo grande da un corridoio laterale dov’era da sempre ancorata un’auto malmessa, i finestrini incrostati di pulviscolo terrestre come gusci di lumache stecchite, dipinsi un albero nodoso e solo dentro la notte lunare. Nudo ma non ancora vinto. Non ne è rimasta traccia. Nuove tag invadono gli spazi del cemento urbano come voci spettrali rintronanti oltre la crosta del mondo in un boato silenziato che sconsola ed agita a sera le fronde cupe dei salici piangenti in coro e gli aceri e i pini marini come una sola e insonne tragedia, un infermo addio precipitato nel buco nero degli abissi stellari dove tutto si ripete a se stesso uguale nel tedio eterno del tardo-capitalismo italiano.

C’è mia cugina che mi aspetta al molo io sbarco con questa valigia di sempre, mi accompagna in un appartamento di Pescara a ridosso del mare. Non si vede ma lo senti il fruscio della schiuma che si arrotola l’odore frizzante di rugiada sulla sabbia bagnata. Oltre la muraglia e le lacerazioni urbane ad occhi chiusi puoi sfiorarne la presenza. È a portata di mano, imminente. Mettiamo nello stereo i dEUS, i Placebo ed altri gruppi della nostra adolescenza. I nostri cuori sono ancora uguali. Ma i Blockbuster hanno tutti chiuso. Rimane di quell’epoca un McDonald sulla nazionale. Una grandinante nostalgia di Cocacola con ghiaccio, le patatine da rovesciare su un piatto in comune. Tamoil self 24 h senza piombo 1746 sono 10 Euro più 50 centesimi al benzinaio indiano che ne custodisce abusivamente la grazia. Una giovane madonna con bambino, forse una babysitter di diciott’anni mi chiede un accendino che non trovo, lei sorride e leggermente evade. La città si spopola d’estate e come al solito noi non avremo i soldi per partire. Sarebbe semplice scrivere un romanzo avendo i mezzi necessari per produrre profitto da una terrazza con vista sul mare ma io che non ho mai visto l’Argentina e non ho mai visto la Scozia e non ho mai visto l’Indocina mi accontenterò di questo mare con vista sui palazzi. Io e lo scrittore che non sono ci guardiamo da questa divergenza di sguardo. Oggi la lotta di classe è un conflitto di occhi.
Io scrivo da una panchina di cemento il cui schienale è un’inferriata smaltata di bianco che si sgretola e arrugginisce. Le crepe sono d’oro come un’antica pepita: Eureka.

DN 2013-2014

*

Altre cinque prose dello stesso lavoro sono state pubblicate nel 2013: qui

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