Daniele Maria Pegorari su “Il non potere (2002-2013)”

IL NON POTERE
Sigismundus, Ascoli Piceno 2014

Ho deciso di scrivere questa recensione, quando ho ritrovato la mail che scrissi a Davide Nota nell’ormai lontano 29 maggio 2010, comunicandogli le prime impressioni a caldo, dopo aver letto una delle fasi provvisorie di quest’opera che raccoglie un trittico poetico, al quale egli ha lavorato per poco più di un decennio, dal 2002 al 2013. Ebbi, infatti, il privilegio di riceverne in anteprima la terza parte ancora inedita, “La rimozione”, e confidai allora al poeta di averla letta ascoltando la Sinfonia dal Nuovo Mondo di Antonín Dvořák: lo stesso disco che, del tutto casualmente, ho ascoltato la mattina in cui ho iniziato a leggere Il non potere nella sua veste editoriale ormai completa. Dal momento che si tratta di uno dei circa trecento dischi ‘classici’ che ascolto con una rotazione maniacale, una coincidenza del genere meritava di essere celebrata. Soprattutto perché, se invece dovessi consigliare consapevolmente al lettore una colonna sonora adatta a questo libro, Dvoràk e tutta la scuola slava sono l’ultima cosa che mi verrebbe in mente.

Nulla di romantico o di trionfale o di fiabesco, infatti, può essere rintracciato nelle pagine di Davide Nota, la cui lettura è sempre molto impegnativa, ma felice, perché costringe il lettore al corpo a corpo con una materia vischiosissima quanto alla ‘sostanza’ (il sesso degradato, gli affetti più struggenti, l’indignazione politica), ma sofisticatissima quanto alle scelte stilistiche, solitamente risolte con l’attitudine al discorso ideologico-riflessivo, partendo dalla descrizione microepisodica di un dato quotidiano. Il risultato è quello di uno stato altalenante fra il gradimento più convinto e sorpreso e il raggelamento determinato dall’assenza di grazia nelle situazioni presentate: l’ossimoricità, d’altra parte, è consapevolmente cercata dal poeta, a partire dal titolo generale che significa sia lo stato di una società che pare orientata all’ostentazione del potere, e invece è regolata dalla pratica costante dell’inerzia e dell’immobilità, sia la condizione di impotenza del soggetto che vorrebbe rivoluzionare il mondo, ma deve scontare una condizione di inettitudine ab origine, una sorta di peccato originale che risale almeno all’inizio del Novecento e alla scoperta di vivere in un mondo senza volontà e senza qualità e che si risente in versi come questi: «Eppure il trauma ce lo troviamo impresso / dentro, come un marchio a fuoco, / come un battesimo insaputo» (dal testo eponimo della prima sezione).

Ora che si presenta in forma organica la trilogia – composta dalla revisione di tre precedenti volumetti, Battesimo, Il non potere e La rimozione, più gli inediti dell’ultimo biennio, I rovi e Compendio del Non potere, rivela una programmatica intenzionalità tutta la tensione contrastiva fra l’‘informe’ della vita che il giovane autore si trova ad attraversare (il disagio studentesco, le memorie familiari, l’apprendistato erotico, la passione politica, l’impegno nella costruzione di un canone letterario personale) e la ‘formazione’ di un libro che sfidi e alfine superi l’incomunicabilità di questo mondo. Con questo lavoro Nota può collocarsi fra le voci più interessanti della sua generazione, quella di coloro che si sono formati interamente dentro il programma ‘televisivo-piduista’, con l’angoscia di non sapersene sottrarre. Di qui gli accenti pasoliniani o volponiani nei quali l’autore marchigiano indulge soprattutto nei componimenti più lunghi, nei quali sembra rivivere il tono delle Ceneri di Gramsci o delle Porte dell’Appennino, anche per la mediazione del principale erede contemporaneo della forma dell’‘inno’ laico e civile, Gianni D’Elia, di cui però Nota rifiuta la ricerca metrica, quel tipico sviluppo da canzonetta stonata che si offre come memoria sbiadita di un poema in terzine. In comune con i suoi predecessori Nota ha l’inclinazione a considerare le dinamiche affettive e persino fisiologiche entro le forme coercitive date dalla società, dall’economia e dalla politica, insomma la rinnovata contaminazione di Venere e Marte che, non per caso, già secondo gli antichi sovrintendevano minacciosamente alle azioni degli uomini.

E se la fisicità è una delle caratteristiche dominanti della narrativa e della lirica delle ultime due generazioni (quelle dei nati negli anni Sessanta-Ottanta, dai cannibali ai blogger), la specificità dei corpi nel Non potere è precisamente quella di esibire l’eros e gli affetti, in versi che parranno e vogliono essere anche molto scabrosi, come questi: «Con felina malizia la sottana / trascina a suggerire, lieve, il sesso, / e dall’oscura mutandina che emana / un ossesso profumo di cipresso / l’intenso livido lascia fiorire» (dal II dei Sonetti pornografici). Ma non si tratta solo di una dimensione privata, di una sorta di rifugio post-politico, bensì di un luogo di resistenza da cui far partire un ragionamento su ciò che accade intorno, che può attingere anche accenti accorati: «[…] paese, paese mio che / finalmente vedo come un amico aprirti in terminale confidenza, / come sei potuto cadere in questo pantano di stracci di merda / e di sangue mestruale sui bordi gettati di questo pallido / litorale adriatico, come hai potuto? […]» (da La carne). Certo, soprattutto nelle poesie più recenti, mi pare che sulla funzione civile abbia la meglio la disperazione per l’innocenza che si avverte irrimediabilmente perduta e di cui è allegoria la nonna, alla cui morte sembra essere scomparso per sempre ogni residuo di protezione affettiva, spaziale e rituale: «Era il giardino di mia nonna Maria, che ora è crollato e fatto a pezzi. Era un giardino dolce, pieno di violacciocche e quadrifogli» (dalla Lettera dal letto, in prosa).

L’autore non elabora questo lutto nella forma di un canto disteso, ma lascia a vista le scottature e le ferite di un’identità forse per sempre precaria, e pare esercitarsi in una mortificazione volontaria di ogni sentimento e di ogni relazione che non sia relegata nel passato e nella distanza. Tutto ciò che, invece, appartiene alla stagione presente e viva, appare nel suo vuoto desolante di speranze politiche, come nel Fiore del fascismo universale, o con lo stigma invariabile della violenza, della pornografia, della fatuità, di un paesaggio domestico e geografico inquietantemente deserto, come nel poemetto finale, Il tarassaco, che del Non potere ‘compendia’ i miti letterari (l’antiaccademismo, Keats, Baudelaire, Rimbaud, Pasolini e Bellezza su tutti), politici (il movimento no global) e formali (il topos del coro, l’erotismo). È la fine dell’infanzia, per dirla con Montale, quella in cui si registra l’impotenza dello scrittore, giovane e di sinistra.

(in «Incroci» n.30, luglio-dicembre 2014)

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