Una lettera di Gianni D’Elia su “Gli orfani”

Pesaro, 26 novembre 2014

Carissimo Davide,
Gli orfani, che ho riletto e un po’ studiato, sono una cosa molto buona; se dovessi fare una lettera di presentazione parlerei di una autobiografia camuffata, o transbiografica, dato che Jan ha bisogno di te per manifestarsi, come l’adolescente puro che eri; rispetto alle prose di due anni fa, ora si legge meglio il disegno, svolto negli otto racconti; di essi, il secondo e il penultimo, mi sembrano i più riusciti, Il ritorno e Dana; la poetica del sogno contro l’irrealtà, enunciata nel racconto eponimo, con la figura del capobranco silvestre Adrian Bat, mi convince solo in quanto punto di vista del personaggio fantasmatico, anche se lì ti scopri come l’autore del detto; Roma ti ha fatto l’effetto di una strega buona, i passi di convocazione realistica sono spesso magnifici, originali, poeticissimi, ma con molta carta vetrata; trovo anche le descrizioni sessuali molto pregnanti e mai banali, e ne esce una promiscuità generazionale, androgina, o un filmino da videocamera domestica; la prima e l’ultima lettera, quella dal letto e quella di Orfeo, sono ben piazzate, viaggiando dal sociologico contemporaneo verso il mistico filosofico e amoroso, e dallo scientifico-fisico-geologico-reificato, verso un’altra vita, nata da questa vita schiacciata; il salto dall’atavico-bucolico marchigiano al digitale pornografico pare una cifra della lingua, che per sintassi e per lessico ingloba e scorre in anse fluviali raccolte, come le pozze e gli stagni del tuo torrente battesimale, il Castellano, parente delle “fonti coperte” perugine, e di quelle del “fontanile arenato” romano; tutto è, così spesso, acuto e intenso, c’è molta bravura (Sibilla contiene una delle frasi-emblemi più belle, sulle cose e gli uomini, che non devono tanto comprenderle, ma esserne compresi); Una chiesa ha un’altra perla, sulla poesia dell’anziana donna, e sull’ignoranza del letterato mondano…
La nonna-girasole, il giovane argentino in tram, le cose “MAI PER SEMPRE”, mi hanno emozionato tantissimo…
Quante fanciulle-ninfe, a coprire la fuga da quella delusiva, taciuta, come se la mitologia metropolitana-boschiva colmasse…
Come nella Lettera di Orfeo, non si può non restare colpiti dalla definizione del presente vincente: “il commissario tecnico dell’infelicità”…
Il racconto più fantasy, La quercia del fauno, mi sembra il più debole, poiché l’albero carnivoro e cattivo del cinema e dei fumetti animati non chiude bene l’attacco del “Grande Freddo”, che invece tiene, nella prima pagina… O forse chiude…
Certe atmosfere apocalittiche da Tiziano Sclavi, che una volta ho recensito sull’Indice, mischiate alla trasfigurazione poetica del vissuto, trovano risoluzione nell’autocoscienza del narratore, quella stessa che mi ha fatto gridare al miracolo, anni fa, per il poeta, e, recentemente, per l’estensore della nota finale del tuo compendiario-canzoniere, con quella freccia su Saba, che chiude Il non potere, come il libro di poesia più vero e interessante degli ultimi dieci anni, proprio per il valore di autocoscienza interna, integrale, che ne deriva…
Il passaggio a nord-ovest della prosa, che il tuo Orfeo dice chiaramente “come lembi di scrittura automatica privi di narrativa”, prose composte “per altre esigenze, chiamiamole così, musicali”, fa sperare in uno sviluppo ulteriore…
Quando avrai scritto anche il Quaderno II, che adesso aspetto con curiosa ammirazione, potresti davvero farlo leggere a qualche bravo editore di narrativa “eteronoma”, che pubblichi racconti; il tuo è un diario di formazione, dalla vocazione religiosa e naturale sospesa, a quella letteraria e poetica, umana, dentro al vuoto dell’Italia “matrigna”, di oggi e di ieri, di cui incarni il dramma di un paio di generazioni, orfane del futuro…
Con la mia lode e il mio abbraccio più sinceri, a presto,
Gianni

P.s.
Si sente Dylan Thomas (Ritratto dell’Artista da cucciolo), oltre al (da te citato) Dedalus di Joyce, ma anche il morale fiabesco di Yeats?

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