Nadia Agustoni su “Gli orfani”

Appunti su “Gli orfani” di Davide Nota

Caro Davide,

questi racconti si possono leggere da tante angolazioni diverse e potrei sceglierne un paio e discorrerne con te a lungo. Ti mando invece, a lettura ancora fresca, delle impressioni. La scrittura è ottima; riesci a creare una narrazione il cui filo non si perde in nessuna storia raccontata. La parlata è diretta, ma mai banale e i salti nell’onirico, nel visionario, hanno qualcosa del miglior Benni e penso a Comici spaventati guerrieri con la sua gioventù di ragazzi e ragazze, devastati da un mondo già neoliberista, che li ferisce profondamente nella loro libertà e aspirazioni. Anche i tuoi personaggi sono persi in una periferia disumana e non c’è paesaggio che non sia quasi una cattiva allucinazione in tutti i racconti; perfino il bosco nasconde trappole e minacce. L’ambiente della provincia è una geografia degli affetti e insieme della perdita. Tutto questo si somma alla perdita ulteriore della famiglia, a un vagare senza scopo in cui l’orfanità trascorre senza interruzione e al rivivere l’infanzia nel ricordo con una malinconia insanabile. Somma finale, si fa per dire, le figure eroiche che sembrano all’inizio più figure del sogno, infine alter ego. Nello stesso tempo, sono questi sogni a tenere per mano il protagonista dei racconti. Questo vivere nella realtà e nell’immaginazione di tutt’altro, parla di fatto delle generazioni dei rifiutati; quei nati nei primi anni 60 e nei decenni dopo che anche come scrittori, poeti e artisti hanno conosciuto troppe volte la nudità di una solitudine che è sempre stata abbandono. Generazioni orfane di padri, madri, e maestri, se non per pochi rari luminosi esempi, ma incontrati per lo più sulla pagina. Così sono i primi fumetti, quel regalo natalizio al bambino di uno dei racconti e che mi ha riportato a quando chiedevo per i compleanni e per le feste il dono dei libri, a lasciare il primo segno di un buon uso della lettura e di come tutto si completa, si integra e rimanda ad altro: favole, film, immagini fotografiche, teatro, narrazioni, saggistica. Tra poesia, racconto e saggistica (Ann Carson docet, ma non solo lei) si dispiega la ricerca coraggiosa di un autore giovane, come sei tu, e che non si arrende. Tocco per ultimo, ma non ultimo, il tema del gender. I ragazzi/e e le figure di lesbiche o comunque di dissidenti sessuali sono la costellazione del libro. La marcatura a-gender non consegue solo l’obiettivo di uno spettro più ampio di possibilità, nel tal caso basterebbe la bisessualità, ma porta in campo le identità; ciò che in profondità agita e agisce il soggetto. L’azione è quella di una vita che dal di dentro si ascolta, si cerca e si trova in altre declinazioni maschili/femminili e né maschili/né femminili, ma come corpi che si inscrivono in altra discorsività (Foucault sotto-traccia). Il Kafka della Colonia penale pensò a una macchina infernale che scriveva sui corpi condannati, perché trasgressori di una legge, proprio la legge trasgredita. Scrivere nella carne, la colpa e la legge, come punizione eterna, non è nemmeno metafora. Sappiamo dei roghi e delle torture, del lungo interminabile medioevo di un potere patriarcale che si fonda proprio sulla sottomissione dei corpi. Se allora altri corpi gridano altre verità la loro visione non è più solo un’immagine sfocata, né un illeggibile negativo. Siamo al primo compiersi di una libertà di dirsi ed essere se stessi. Se stessi e basta. Un abbraccio.

Nadia Agustoni

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